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Traslochi

Quando sono partita e ho lasciato casa mi sono chiesta come avrei fatto a non perdermi tra tutte quelle valigie che, inevitabilmente, mi facevano sentire frantumata. Al tempo non sapevo che quel sentimento fosse finto e che ciò che mi frantumava era il mio passato, perché non sapevo dove fosse casa mia. La verità è che volevo fare di casa un posto e casa non è alcun posto: casa sono io e tutto quello che mi fa essere io, e tutti coloro che mi si avvicinano quando sono alla deriva.

Oggi, che ho ancora paura, sorrido mentre penso a chissà in quali altri posti pianterò queste mie bandierine. Chissà quanti altri angoli chiamerò casa, ma è tutto più facile ora perché lo faccio con la profonda certezza che casa, in realtà, sono io… al fianco di tutti voi.

2018 - La calma

Sebbene dicano che esistono anni che inalano e anni che esalano, io dico che il mio 2018 ha respirato mille volte, e io insieme a lui.

Mi riempie ancora d’aria i polmoni il pomeriggio del 5 Gennaio in cui mi lasciavo il passato alle spalle con la certezza, nonostante tutto, di aver imparato l'assoluta libertà; e ringrazio tutto ciò che è cominciato a Luglio: per avermi insegnato la calma e per essere punto di riferimento quando il mondo mi travolge.

Forse in questo 2018 ho cominciato a imparare a non afferrarmi tanto a ciò che non riesco a controllare, a fare passi indietro senza avere il peso della rassegnazione a minacciarmi, a calcolare il mio io e l'io degli altri, e ho forse addirittura imparato ad arrendermi con la consapevolezza che ogni ritirata fatta a tempo giusto è sempre una vittoria, o un atto di amor proprio.

Ho però pianto tanto in questo 2018: la distanza, la nostalgia e la paura, l'eterna paura di non essere abbastanza. Dopo tutti questi giorni e chilometri mi chiedo ancora se le cose torneranno mai a posto o se fosse ora di romperle definitivamente. Mi chiedo se esistano vincoli insostenibili o se, a volte, ci sia troppo affetto di mezzo.

Ogni volta che penso al tempus fugit e alla tristezza che giace negli anni che passano e che non tornano più, mi ricordo quanto sarebbe brutto se il tempo non passasse e se non ci trapassasse, e se non ci trasformasse ogni anno in qualcosa di nuovo.

Ho smesso di scrivere perché non ricordo più la sensazione che volevo levarmi di dosso ad ogni costo e non ricordo nemmeno da quale catena del passato volevo slegarmi, e mi graffiavo le caviglie invece di romperla a colpi. Perché ormai non devo più drenare alcuna ferita causata dal malaffetto, né disinfettarmi quest’innocenza che ho lasciato contaminare da chi non ha saputo apprezzarla.

Ho smesso di scrivere perché non sento più agitarmisi tra le dita quella violenta emozione triste; una disintossicazione miracolosa di delusioni che creavano dipendenza e che non ho mai deciso di iniettarmi in vena. Ho smesso di tollerare il ricordo ardente di chi mi ha fatto soltanto sentire freddo in un abbraccio.

Ho smesso di scrivere perché non ho più bisogno di raccontare a me stessa quanto mi piace ascoltare il suo respiro mentre dorme con la testa appoggiata sul mio petto e sentire l’odore del suo collo. Non ho parole e nemmeno aggettivi per descrivere il modo in cui mi guarda mentre cammino distratta nel suo appartamento. L’ho talmente tanto ricoperto di baci che qualsiasi lettera diventerebbe muta se toccasse il suo corpo. Non esistono parole che riuscirebbero a ricrearlo su carta, e nemmeno le voglio.

2017 - no hard feelings

Il 2017 è un’aurora boreale sulle mani e costellazioni nel petto, come un faro. Il 2017 è quel mattino in cui parlavamo di montagne. È ritrovarsi per caso nel Born e sorridere insieme (y qué guapa eras!). Il 2017 è l’aver smesso di avere paura dei cambiamenti, o forse aver smesso di avere così tanta paura dei cambiamenti. Il 2017 è la mia vita in una valigia e capire che la vita non ci sta in una valigia; e va bene così. Il 2017 è sentire che il cuore è tornato ad essere rosso. Vedere Dirty Dancing, un pomeriggio, perché sì, e pensare che l’amore deve essere quella cosa lì del nobody puts baby in a corner. Il 2017 sono quei 32 km di camminata, la bellezza negli occhi, le mucche che ci inseguivano e capire che io a 2500 metri è dove vorrei essere sempre. Il 2017 è il mal di pancia, la dermatite e, infine, la celiachia. È un inaspettato suono di clacson in mezzo al nulla alle 9 del mattino. È l’essere tornata su una funivia a 3400 metri con le gambe che non mi reggevano più. Il 2017 è il peggior volo di sempre, ma quanto, quanto ne è valsa la pena! Il 2017 è l’aprire e il chiudere cerchi, e pensare che alcuni rimarranno sempre aperti (vidas que dejé cruzadas). Il 2017 è una fredda stretta di mano a Settembre mentre mi lasciavi il più bel regalo di sempre. È mangiare un cinnamon roll davanti alla Sagrada Família e tornare a parlarti. Il 2017 è un importante colloquio a Lille, a Dicembre, e i conseguenti mal di pancia. Il 2017 sono le sue parole che, ancora oggi, mi smuovono l’anima. I salvatori di trote e credere nella magia, nonostante tutto. Il 2017 è credere nella magia al di sopra di tutto.

Mi sa che è questo il mio limite: mi mancano le conclusioni, nel senso che ho l'impressione che niente finisca mai veramente. Io vorrei, vorrei davvero che i dispiaceri scaduti, le persone sbagliate, le risposte che non ho dato, i debiti contratti senza bisogno, le piccole meschinità che mi hanno avvelenato il fegato, tutte le cose a cui ancora penso, le storie d'amore soprattutto, sparissero dalla mia testa e non si facessero più vedere, ma sono pieno di strascichi, di fantasmi disoccupati che vengono spesso a trovarmi. Colpa della memoria, che congela e scongela in automatico rallentando la digestione della vita e ti fa sentire solissimo nei momenti più impensati.

Diego de Silva (via volevostareconte)

Era strana lei,
di quelle che fatichi
a capire:
non arrivava mai
e partiva da ogni posto;
era altrove, lontano da tutti
lontano da sè.

(via bonant)

(via fasialterne)